Capoeira ad Haiti. Il ritmo che libera

Capoeira ad Haiti. Il ritmo che libera

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Capoeira ad Haiti. Il ritmo che libera

Un’arte marziale brasiliana che è anche una danza, la capoeira trapiantata ad Haiti sta cambiando la vita dei ragazzi delle bidonville di Port-au-Prince. Grazie a Caritas Antoniana e al vostro aiuto.

Data di pubblicazione: 16/09/2016

Una danza può cambiare i destini? Suor Luisa dall’Orto, missionaria ad Haiti e referente di un progetto Caritas Antoniana a favore dei ragazzi nella bidonville di Cité Okay a Port-au-Prince non ha dubbi. La risposta è «sì». Da qualche mese il centro diurno che le suore curano nella bidonville promuove un progetto a favore dei ragazzi abbandonati, realizzato anche in altri quartieri poveri della capitale haitiana. Il promotore è una ong brasiliana, i cui membri sono tutti ex ragazzi di strada di Rio de Janeiro e maestri di capoeira, la danza-lotta degli antichi schiavi brasiliani. Loro sanno per esperienza che nessun ragazzo può trovare la sua via se non ha un sogno e qualcuno che gli sta accanto.

Ma che cosa permette a questa pratica nata a migliaia di chilometri di distanza di far breccia nel cuore dei piccoli haitiani?

Suor Luisa. La capoeira conquista i ragazzi grazie al ritmo e alla musica che ogni haitiano ha nel sangue fin da piccolissimo. Ciò supera le differenze culturali. Il fatto che sia un’arte marziale permette di esprimere la violenza e di incanalarla verso un fine. La maggior parte di questi ragazzi ha difficoltà di relazione. La capoeira ti rimette in dialogo con l’altro. È una lotta, che però è pacifica. S’instaura una competizione positiva, che è molto importante per un ragazzo che vive in situazioni difficili.

Ma la vita ad Haiti è davvero dura, come può una danza cambiare la prospettiva?

La capoeira è l’unica occasione che i ragazzi hanno per spostare l’attenzione dai bisogni materiali e intravvedere un altro possibile orizzonte. Appena il ritmo invade la stanza e il maestro comincia a spiegare le mosse, ragazzini con grandi deficit di concentrazione, che non starebbero seduti al banco per nulla al mondo, entrano in un’altra dimensione, completamente assorbiti dall’esperienza. Per qualche ora la miseria non esiste più. Con l’aiuto del maestro hanno l’opportunità di riflettere e di ripensarsi. Il capoerista diventa un modello di non violenza, rispettato nel quartiere. Ha una dignità e un’identità. E così i ragazzi sperimentano che la povertà non è tutto, e che loro hanno valore anche se camminano scalzi e hanno la pancia vuota.

Il progetto che attualmente riguarda 100 ragazzi dai 7 ai 17 anni è stato finanziato dai lettori e associati del Messaggero di sant’Antonio con 5 mila euro. I risultati sono sorprendenti. I ragazzi non perdono una lezione e fioccano le richieste di far parte del programma. E così Joao, 7 anni, l’allievo più piccolo, iperattivo e con gravi problemi di apprendimento, oggi è una promessa della capoeira, e … ha imparato finalmente a leggere e scrivere.

Giulia Cananzi

L’articolo completo è pubblicato nel numero di settembre 2016 del «Messaggero di sant’Antonio» e nella versione digitale della rivista.