Ci sono deserti pieni di gente: Port-Au-Prince, la capitale di Haiti, è uno di questi. Da quando, nel 2021, hanno ucciso il presidente Jovenel Moїs, il Paese è caduto nell’incubo dell’anarchia, in una spirale di violenza fomentata da bande armate, in perenne conflitto tra di loro. Un caos dove vige la legge del più forte e dove ha la peggio la gente dei quartieri poveri, spesso costretta ad abbandonare in fretta e furia la baracca di legno e lamiera e i pochi averi, per trovare salvezza in quartieri relativamente più tranquilli. Un continuo sradicamento per migliaia di sfollati interni.
Non che prima fossero rose e fiori, l’intera storia di Haiti è caratterizzata dall’instabilità: dall’occupazione Usa (prima metà del ’900) proprio in seguito all’uccisione dell’allora presidente, al periodo più stabile ma drammatico della dittatura dei Duvalier (fino al 1986); dal colpo di stato che cacciò Bertrand Aristide, presidente-sacerdote e la sua fragile democrazia, fino al dubbio insediamento di René Preval nel 2006, a scrutini ancora incompiuti. Un disordine istituzionale a cui si aggiunge una storia senza eguali di disastri naturali, secondo l’Unicef oltre 90 negli ultimi 100 anni, probabilmente a causa della posizione geografica dell’isola e delle sue ataviche carenze strutturali. Tragedie a volte di proporzioni bibliche, come il terremoto del 2010, che ha causato oltre 300mila morti e toccato ogni famiglia. Non a caso Haiti è il Paese più povero dell’America Latina.
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(articolo di Giulia Cananzi, numero di aprile 2026)